Scienza, fede e filosofia

Egli non dubitò mai un momento che la scienza e la fede potessero intendersi e idealmente colloquiare attraverso il collante della filosofia, che aveva sempre offerto alla scienza i principi per operare, man mano, la sintesi delle scoperte e del materiale raccolto. Era in primo luogo il creato a mettere d’accordo scienza e fede, la perfetta armonia del tutto e la mano creatrice di questo tutto, e ciò grazie anche alle sempre nuove scoperte della fisica:

“Una grande parola, dice la fisica oggi, che forse in altri tempi non si poteva dire. La materia ci si presenta ordinata, in perfetta razionalità fin nelle sue più intime e profonde strutture, fino al limite estremo della sua costituzione prima; per cui non ha senso pensare ad una materia prima amorfa, poi ordinata: ma è una materia che non può essere se non costituzionalmente ordinata. Chi l’ha ordinata, l’ha anche creata, l’ha ordinata creandola, l’ha creata nell’ordine.
Creatore e Ordinatore sono ino solo, dice la scienza; non poteva ordinare l’intimo essere se non Chi lo creava”.

Questo appena citato, era uno dei temi centrali delle sue conferenze. Scienza e filosofia non si confondono, ma nemmeno si contraddicono; spesso ripeteva che l’uomo non era fatto “a cassetti”, qui il fisico, là il religioso, il politico, il filosofo; l’uomo è portato ad una conoscenza unitaria, distinta, ordinata, ma armonica. E il Creatore, l’infinita Sapienza, ha voluto ad un certo punto riallacciare a sé il creato nell’ultimo anello della creazione attraverso Gesù Cristo Uomo-Dio.

Per Medi la scienza doveva e poteva diventare essa “maestra di vita” per l’uomo e per i popoli, una scienza che tenacemente ricerca quelle leggi che il “Sapiente Legislatore” ha scritto nella natura; una natura, a sua volta, fatta per essere contemplata dall’uomo. I concetti di Medi su queste complesse questioni sono di una linearità e chiarezza disarmanti; era egli stesso l’esempio calzante di come nell’uomo di scienza e di fede qual era, cultore della filosofia scolastica, le tre questioni potessero trovare un perfetto punto di equilibrio in una tensione che in lui era quasi sempre escatologica:

“Sono vicini i tempi nei quali scienza, filosofia e teologia si incontreranno, portando pienezza di luce nel pensiero dell’uomo. Il sapere e la ricerca avranno della realtà un senso tutto rinnovato, profondo, sostanziale, luminosamente intrin seco di unitaria chiarezza”.

Egli era affascinato dal concetto della conoscenza, que sta particolare caratteristica dell’uomo, sempre debole e incerta ma che lentamente riusciva ad entrare nel pensiero per guidarlo e per intendere sempre meglio il mondo reale, per cogliere le cause diverse, le proprietà, gli effetti della realtà, per arrivare a dedurne leggi generali. Fede e ragione si interpellano continuamente, scienza e fede sono “due luci emananti dalla medesima fonte”.

Chi vedeva tra scienza e fede un contrasto insanabile, aveva o conoscenze parziali o cattiva disposizione di cuore e occhi malati o tutte e tre le cose. Scienza e fede, sottolineava, “si compongono mirabilmente e mostrano quanto sia privilegiata la nostra stirpe umana: nelle profondità delle stelle, nelle immensità dell’universo materia­le non avvengono miracoli. I singoli esseri materiali percorrono le orbite della propria storia, senza la speranza che mai si deroghi da esse. Invece, su questo minuscolo pulviscolo dei cieli, sulla minima terra, Dio posa l’occhio e tocca con la sua Mano per mostrarsi in amore e in bontà alla creatura prediletta: l’uomo”.

Un altro concetto caro a Medi era quello che proprio il progresso della scienza portava a considerare l’ateismo sempre più una follia. Il progresso della scienza permetteva all’uomo come non mai, un contatto intimo e profondo con le meraviglie della natura ed era assurdo e irrazionale rifiutarsi di vedere in ciò la mano del creatore. La luce proveniente dal progresso scientifico non metteva in crisi la fede:

La mente dell’uomo è fatta per la luce, ogni sorgente di luce che si accende nella sua anima non fa che diradare le rimanenti caligini. Dio è autore della natura e della rivelazione. Sono due strade diverse che portano la Sua parola nella quale non può esistere contraddizione. La fede è più diretta, tocca argomenti di valore infinito, Dio direttamente; la scienza indaga la natura con i mezzi che le sono propri. E man mano che la ricerca scientifica procede, la fede ne riceve conforto: sempre nuove armonie si schiudono al pensiero, le profondità dei misteri ci appaiono sempre più nella luminosa composizione del disegno del creatore, che, facendo l’uomo signore della terra, centro della creazione e dell’universo, lo ha chiamato ad una vita soprannaturale.

Tra la fisica, la filosofia e la fede vi era una consequenzialità che per Medi era tutto il contrario di quello che si insegnava nelle scuole per cui dall’osservazione fisica, astraendo, si costruiva l’edificio filosofico e da questo, salendo, quello teologico. Per Medi, invece, “la rivelazione e la teologia hanno illuminato e permesso il nascere di una filosofia è poi questa filosofia che ha permesso il nascere e lo sviluppo della scienza“. Bisognava, ai suoi occhi, correggere l’impostazione sbagliata di pensiero ed insegnare quella esatta, non ereditando e ritrasmettendo una falsità che i nemici della Chiesa da circa centocinquant’anni avevano iniettato nel pensiero moderno.

Medi non sminuiva dunque la scienza nei confronti della filosofia e soprattutto della fede. Se per lui lo sviluppo della scienza procedeva dalla filosofia e dalla teologia, la scienza, come abbiamo più sopra citato, man mano che affina le sue conoscenze conforta la fede e rende meno profondi i misteri della vita e dell’universo. Proprio perché la scienza mette d’accordo tutti sulla realtà oggettiva della natura perché se una scoperta è vera, è vera per tutti altrimenti se è falsa,  è falsa per tutti. Medi le assegnava anche un valore fortemente sociale: “La scienza è il primo strumento per la comprensione dei popoli“. “La scienza -dirà in un’altra conferenza – che cosa è? È il rispetto della verità“. Per questo la vedeva intimamente legata al cristianesimo: per lui mentalità scientifica e mentalità cristiana avevano camminato insieme con pensatori e teologi della tempra di Tommaso d’Aquino e Alberto Magno. La luce della fede si era incontrata con la fiaccola della scienza. “La scienza moderna è una piccola fiaccola che l’uomo accende e cerca di mantenere accesa“.

Medi metteva l’accento sulle macchine che continuamente la scienza stava ormai mettendo a disposizione degli uomini, migliorando qualitativamente la vita dei singoli quindi la vita collettiva e, nel complesso, la vita del mondo. Le macchine stavano gradualmente liberando l’uomo da diverse schiavitù, “la schiavitù del peso, la schiavitù della lentezza, la schiavitù delle distanze, la schiavitù della fame, la schiavitù della fatica e del sudore“. Non enfatizzava la macchina, ma sottolineava sempre il fatto che la macchina costituiva per sua natura un completamento delle possibilità fisiche dell’essere umano; non mai un fine, ma uno strumento perfezionabile e mutevole.

Ma c’era un pericolo che accompagnava il lavoro dello scienziato: egli rischiava spesso di penetrare fin nei più pic­coli meandri e misteri della scienza, senza però saperla leg­gere; era capace di analizzarla, ma non di leggerla: Può accadere come a colui che legge una lettera con il microscopio; arrivava a scoprire la pressione della penna in ogni punto di ogni parola, la qualità dell’inchiostro e l’assorbimento della carta, il tempo della scrittura, le interruzioni, gli errori: ma se gli si domandava che cosa c’era scritto e che cosa significava non lo sapeva’ . Per Medi era necessaria nella ricerca scientifica una grande dose di umiltà: “I  nostri cestini – ricordava – sono pieni di carta non pubblicata“. La scienza  doveva essere maestra di umiltà, di prudenza, di semplicità, di sacrificio e soprattutto di rispetto assoluto della verità. “L’uomo fa della vera scienza – si legge in alcuni suoi appunti – quando dimentica se stesso e si affida interamente alla luce che dalla natura promana: egli sa di non essere creatore di nulla e che la sua grandezza è solo nella fedeltà con cui accetta il vero.